Padre Benedetto Calati

21 Novembre 2020 Padre Benedetto vive e vivrà nei nostri cuori

L’esperienza di Montegiove

“Io cerco ancora…”

Alcuni giorni successivi alla sua morte Rossana Rossanda scriveva su Il Manifesto “Si è spento a Camaldoli Benedetto Calati, un monaco raro che amavamo e che ci amava… L’estate veniva a Montegiove, la bella casa benedettina un poco cadente, sopra a Fano, dove si riunivano credenti e non credenti, definizione di cui a lui non poteva importare di meno, giacché Dio, era scritto, aveva amato il mondo, non solo i fedeli. A Montegiove si discuteva dei temi e dei dilemmi sapienziali, quelli che in ultima istanza non sono così distinguibili fra religione e religione, religione e laicità – il cristiano ha in più la fede, che è un dono e una virtù, ma un po’ meno essenziale dell’amore. Leggeva per noi i testi che più amava – ma perché torna su Gregorio?, si chiedevano talvolta i fratelli più giovani. Penso che fosse perché era il pontefice che aveva detto “siate soli davanti al testo”. E nelle sue parole, nelle ricerche dei biblisti, nelle nostre domande o obiezioni o risposte, Benedetto ascoltava se stesso, vedeva la profezia come un anagramma della storia, e fra esse e il tempo vedeva inscriversi il cammino degli uomini, del resto, un solo errore gli appariva una colpa ed era il potere sulle menti, il potere del comando e della ricchezza. Era stato l’editto costantiniano, il patto tra la chiesa e il potere terreno, la vera grande colpa. Per chi non aveva potere e non lo cercava, egli nutriva un’insaziata curiosità e tenerezza.

A Montegiove lo sentii per la prima volta, me l’aveva indicato Adriana Zarri, parlava sulla legge, la coscienza e la libertà e metteva la libertà per prima. Non succede spesso che un sacerdote parli così, ma Dio ci ha fatti liberi, ricordava. Liberi di pensare e liberi di ascoltare. Anche qualche anno dopo, quando parlammo dell’esilio, rivendicò al monachesimo non la fuga dal mondo – respingeva il contemptus mundi, il disprezzo del mondo predicato dalla chiesa devozionale – ma il ritiro dell’io con la Parola, senza l’intermediario della legge. Il monachesimo è stato la libertà della chiesa nascente. Al convento bisognava tornare per continuarne a uscire fra la gente.

Lui continua a muoversi dalla cella al mondo. E poiché i monaci sono pazzi, ne uscì anche in un impietoso luglio, quando il solleone del meriggio lo colse in viaggio, e un ictus lo colpì crudelmente bloccandogli la mano e la parola, lo scrivere e il parlare, il tramite tra lui e gli altri. Nessuno di noi dimenticherà il fuoco delle sue parole brevi e appassionate, che nessuna pagina restituirà mai.

Dal limite e l’umiliazione di non riuscire a districare i suoni e a reggere la penna, era riuscito a venirne fuori da solo, caparbio, la parola appena un poco intralciata e la mano appena meno ferma.” (Da ” Il Manifesto del 26 novembre 2000)

Mario Tronti nell’intervista a Uomini e Profeti, un programma di Gabriella Caramore, il 25 novembre 2000, definisce padre Benedetto con queste tre figure: un uomo dello Spirito, un amico del mondo e un monaco del Novecento. Un uomo dello Spirito perché dimostra come lo Spirito soffia dove vuole veramente, perché prende un personaggio della Puglia povera e ne fa un profeta del nostro tempo e lo Spirito appartiene a tutti, Dio sa, è il caso di dirlo, se c’è bisogno oggi di uomini dello Spirito, in questa fase di grande decadenza dell’umanità. Un amico del mondo, perché era un uomo di una vitalità eccezionale aperto e curioso verso gli altri, tante volte si è parlato dello sguardo degli occhi di Padre Benedetto che si sono intensificati negli ultimi tempi anche dopo la malattia, attraverso gli occhi bucava il cuore di chi gli stava davanti, caratteristica che ha mantenuto fino alla fine. Un monaco del Novecento perché era un uomo di ricerca, un uomo di ricerca che non aveva paura nemmeno dei conflitti, che la ricerca sempre provoca e quindi si buttava anche con una polemica passionale contro ciò che non gli andava, contro ciò che era ancora legato anche ad un passato, sia dentro la chiesa sia nel mondo. Si parla oggi di cristianesimo della fine, quello di Benedetto è un cristianesimo del principio, di un nuovo principio. Mi pare quindi che il messaggio profetico che ci lascia padre Benedetto sia di una nuova apertura ad un mondo che sta per venire. Non a caso, appunto, Gregorio si riferiva, Benedetto ce lo raccontava sempre, non al vecchio assetto imperiale romano, ma ai barbari che lo avevano in qualche modo messo in crisi, che lo avevano distrutto e predicava a loro e non ai ricchi romani, ma ai barbari che venivano da lontano e che avevano bisogno di una nuova fede per un nuovo mondo.

Padre Emanuele Bargellini presente alla stessa intervista aggiunge: Benedetto, più che essere contro era oltre. Tutto gli appariva stretto perché aveva un cuore grande e da questo cuore grande era capace di abbracciare tutto, come di valorizzare ogni piccolo particolare; ecco perché era un uomo libero e spingeva alla libertà, incoraggiando a percorrere anche i rischi della libertà, perché proprio nella libertà vedeva la capacità di aprirsi alla grazia di Dio e di incontrare ogni uomo e ogni donna nel cui cuore Dio trova il suo posto. Questa l’eredità fondamentale di Benedetto, una sfida per il presente e per il futuro.

Potrebbe sembrare un paradosso, ma nell’intuizione di Benedetto si coglie che il futuro, per essere trovato cioè sviluppato con autenticità, va ritrovato con le sue radici nella memoria. Si parla appunto di nuovo principio, cioè tornare ai momenti sorgivi dell’esperienza cristiana. Quel ritorno alle Scritture per Benedetto non è tornare ad un libro, ma al momento creativo della presenza di Dio in Cristo nella storia, lì, come dice Paolo, allora ogni differenza impropria deve cadere. Allora diceva Paolo “in Cristo Gesù non c’è più differenza tra padrone e schiavo, tra uomo e donna, tra barbaro e acculturato”, non perché queste differenze a livello sociologico o antropologico vengano meno, ma perché c’è un livello di unità ancora più profonda delle differenze, in grado di creare nuovi rapporti che non siano più di contraddizione o di espropriazione di uno o dell’altro, ma di valorizzazione delle differenze. Questo mi sembra il grande messaggio profetico di Benedetto e solo recuperando l’accoglienza delle differenze, allora si trova una posizione nuova rispetto al passato nel rapporto uomo donna, nel rapporto laicità e servizio ministeriale, i primati come diceva Benedetto non sono mai primati di autorità, ma primati di servizio.

ITINERARI E INCONTRI

Mentre Padre Benedetto era superiore generale dell’Ordine dei Camaldolesi, per carenza di vocazioni l’eremo di Monte Giove rischiava la chiusura. Nel 1986, quando si poneva l’ipotesi dell’alienazione di un bene storico-culturale- religioso di tanto valore ebbe un incontro con un gruppo di laici cattolici (quelli che poi promuoveranno l’Associazione: Lorenza Carboni, Giovanni Pelosi, Oddo Canestrari) presso l’ex monastero di Montebello di Gino Girolomoni, posto nelle Cesane a Isola del Piano. Essi lo invitarono a tenere aperto l’eremo destinandolo a luogo d’incontro tra laici e religiosi sui temi della cultura e della spiritualità.

Scrive Giovanni Pelosi, nella presentazione al libro “Lessico di Monte Giove”, “E’ ormai lontana, ma solo temporalmente, quella tiepida giornata di agosto quando don Benedetto Calati, Adriana Zarri e Lorenza Carboni si sedettero sullo scranno di pietra di fianco al portone che immette all’eremo di Monte Giove. Una conoscenza antica legava il priore generale di Camaldoli e la scrittrice di vasta cultura, una vicinanza umana e spirituale Lorenza agli altri due. Erano troppo simili per non incontrarsi e dialogare su una visione di chiesa e di fede che si fanno interroganti su quei territori di turbolenza in cui si muove l’incerto cammino dell’uomo e della storia. La complessiva, nuova situazione offrì a Padre Benedetto di vedere realizzata, attraverso le sue amiche Adriana e Lorenza, la propria visione di una crescita e di un rinnovamento della chiesa anche attraverso la presenza, il dinamismo di laici proprio nella linea che lo aveva sempre affascinato e appassionato del Concilio Vaticano II. Gli premeva che Monte Giove si caratterizzasse come laboratorio di libera ricerca della sapienza umana, dove persone di ogni provenienza religiosa e culturale si potessero incontrare e discutere tra di loro senza alcun pregiudizio, fondato su territori comuni costituiti dalla fede o dalla non fede religiosa o da determinate scelte politiche.

A loro molto presto si unirono nel segno dell’amicizia e nella condivisione di un’utopia Filippo Gentiloni, Rossana Rossanda, Mario Tronti, Mario Miegge, Pietro Ingrao, Giuseppe Barbaglio, Paolo Ricca, Stefano Levi Della Torre, Maria Luisa Boccia, Paolo Naso, Peter Kammerer, Fabrizio Frasnedi…

“Itinerari e Incontri” ha operato e continua ad operare in una zona di frontiera che si colloca tra il religioso e il culturale: un soglia di confine che tocca il terreno sociale e quello politico, ma che con essi non si identifica.

Padre Alessandro Barban, attuale priore generale dei Camaldolesi, parla di “Itinerari e Incontri” come di “un’esperienza assai particolare nel panorama italiano”. C’era un desiderio di allargare i confini, di andare oltre, di incontrare tanti non credenti e di confrontarsi con loro, e così da quei primi incontri, ancora incentrati su tematiche più religiose, ci si organizzava per promuovere nuove iniziative con argomenti più storici, antropologici e senz’altro più laici. Subito gli incontri di Monte Giove riscuotevano un grande successo. E, possiamo dire, che i maggiori rappresentanti della cultura italiana sono passati per questo nostro eremo Questi ultimi, che spesso arrivavano pensando di partecipare ad un ennesimo convegno, si stupivano nel constatare la vitalità della partecipazione e la qualità della ricerca. I nostri infatti non volevano essere i soliti convegni, ma piuttosto dei laboratori di confronto e di ricerca. I relatori invitati erano pregati a rimanere, a sentire anche le altre relazioni, a partecipare al dibattito. Nasceva così un dialogo nuovo tra credenti e non credenti per tanti versi inaspettato.

Nel 2012 l’Associazione si trasferì a Fonte Avellana, dove attualmente risiede, grazie al priore del Monastero Dom Gianni Giacomelli e a Cesare che ci incoraggia. Purtroppo molti dei vecchi amici e dei soci fondatori non sono più su questa terra e ci sentiamo un po’ orfani, ma il Prof. Luigi Alfieri mantiene energicamente la guida e la programmazione, insieme ad altri amici dell’Università di Urbino e ad altre associazioni come la “Lupus in Fabula”, “Pero e Melo dimmi il vero, Il Frutteto”, l'”ISUR – Antropologia e Intercultura” di Rimini. Insieme continuiamo il cammino, mantenendoci sugli obiettivi iniziali con nel cuore sempre Padre Benedetto.

Gli amici di “Itinerari e Incontri”